Città e insediamenti

Zhagburz

bbarbicata e mimetizzata su uno dei vulcani ancora attivi del Rasserim, l’oscura e selvaggia terra così tanto temuta e sapientemente evitata dalle genti comuni di Landmar, sorge imponente la nera roccaforte orchesca del clan dell’orda selvaggia.

L’insediamento realizzato a livelli concentrici che si elevano sino al limitare della pozza lavica, è arroccato su una delle più imponenti catene montuose dell’isola, posizione strategica che sommata alla particolare architettura della fortezza, offre una visuale del campo di battaglia sottostante tale da renderlo praticamente inespugnabile anche al più sapiente degli eserciti.

La fortezza si sviluppa in modo circolare attorno al vulcano, integrandosi perfettamente con le guglie ed i crateri frutto di tanti anni di eruzioni e terremoti.

Torrette di vedetta sventolanti lo stendardo del serpente a tre teste, si interpongono a grandi piattaforme d’assedio ove vi sono posizionati primitivi e mastodontici trabucchi pronti a scagliare immensi blocchi di pietra o calderoni di lava, sugli incauti assedianti.

Ben osservabili da una larga porzione del territorio, si levano all’orizzonte lunghe colonne di fumo nero ed acre. Solo i pochi audaci che hanno avuto la follia e la fortuna di avvicinarsi e farne ritorno, narrano di un nauseabondo odore di morte che pervade quel tetro e sinistro luogo intriso di morte e dolore.

Terrificanti urla e lamenti sono trasportati dal vento che soffia forte e vigoroso alimentato dalla forza dirompente della lava che ribolle all’interno del vulcano. Suoni di torture e dolore, suoni sordi di martelli intenti a battere metallo o a distruggere pietra.

Suoni di un esercito di immensi esseri privi di cervello e cuore, animati solo dal desiderio di annientare o rendere in schiavitù ogni cosa o forma di vita gli venga ordinato dalla follia delle visioni oniriche delle loro guide, gli sciamani.

Un’unica soglia separa questi disumani dispensatori di morte dal resto del mondo conosciuto. L’alto e stretto sentiero di pietra.

A strapiombo sul fiume di lava sottostante, delimitato ai suoi lati da cadaveri, teste impalate e da orchi, probabilmente puniti per chissà quale colpa, lasciati morire incatenati nel vuoto o crocifissi alle mura. Al termine di questo sentiero di morte l’immenso nero cancello.

Un portone di spesso metallo nero, costantemente pattugliato da orchi corazzati e da goblin in perenne ricerca di qualche piccolo tesoro o di notizie fresche con cui ingraziarsi le gerarchie del loro clan.